Omofobia: il dramma dei suicidi



Si indaga intorno al suicidio –l’ennesimo purtroppo- di Simone, il ragazzo gay che, nella notte tra il 26 e il 27 ottobre scorsi ha deciso di porre fine alla sua vita lanciandosi nel vuoto. Si cerca di capire se c’è stata istigazione…ma la verità è che l’assassino di Simone, e di tutti gli altri ragazzi come lui, ha già un nome: si chiama omofobia. Un nemico invisibile eppure concreto, tangibile in tutte le sue espressioni subdole o palesate. Simone chiamava spesso la Gay Help Line, il contact center antiomofobia e antitransfobia per persone gay, cui rispondono i volontari delle associazioni lgbt. Ora quelle sue telefonate sono al vaglio della Procura di Roma, che cerca di indagare per comprendere se e chi possa aver spinto concretamente Simone a suicidarsi. Sono telefonate toccanti, le sue, nelle quali il ragazzo non piange, non si dispera, ma ha nella voce quel triste dolore di chi sa di non essere accettato, ma deriso ed emarginato. Ecco uno stralcio delle sue telefonate: “Ciao… mi chiamo Simone… e ho 21 anni…volevo dirti … i ragazzi che si sono… suicidati…perché dicevano che erano gay…io capisco come si sentivano… il loro stato d’animo…alle volte viene anche a me la voglia di farlo… […]Sono uno studente di scienze infermieristiche… faccio il tirocinante… quando passo nei corridoi sento le voci alle mie spalle…si chiedono se sono “frocio”… gay… i colleghi… li vedo che mi indicano… fanno battutine […]Sono stufo di prese in giro e vessazioni… va avanti così da quando andavo alle medie… e poi le superiori… l’università… ora al lavoro”. Ora sta al pm Antonio Clemente e al procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani, andare a fondo nella triste vicenda. E rimbombano ancora le ultime parole di Simone, lasciate scritte su un bigliettino prima di farla finita per sempre: “L’Italia è un Paese libero ma ci sono gli omofobi. Chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza”…

 

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